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recensione

Layers of Fear

L'ossessione di un artista verso l'opera perfetta, in un'esperienza labirintica al limite della follia.

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Quando, sul finire degli anni Settanta, il regista Stanley Kubrick decise di girare Shining - pellicola del 1980, tratta dall'omonimo romanzo horror/psicologico di Stephen King, uscito pochi anni prima - apportò diverse modifiche sostanziali rispetto all'opera originale. È risaputo che King non ha mai perdonato il trattamento che il celebre regista britannico/statunitense riservò al suo capolavoro, in quanto, a sua detta, avrebbe completamente snaturato i contenuti e i temi affrontati dal suo libro, stravolgendo - tra le tante cose - anche il suo finale. Ma si sa, Kubrick era un autore molto particolare, che amava intridere i suoi film con il proprio tocco, con sue riflessioni filosofiche.

Amava affrontare temi a lui cari, come la crisi della ragione dell'uomo contemporaneo, un liet-motiv importantissimo, che ha accompagnato tutta la sua esigua, ma al tempo stesso eccezionale filmografia. Due degli elementi ricorrenti presenti nel cinema di Kubrick, di solito usati dall'artista per riflettere sulla ragione umana (e, ovviamente, sulla sua caducità), erano la scacchiera (sinonimo della ragione, appunto, di una mente che agisce con abilità tattica) e il labirinto (sinonimo, invece, dello smarrimento dell'essere umano, fino ad indurlo alla follia).

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E in Shining Kubrick scelse di introdurre proprio l'elemento del labirinto - per chi ha letto il romanzo originale, sa bene che questo manca completamente - un aspetto che ha una valenza simbolica molto importante in tutto l'iter narrativo della pellicola, in quanto non solo è presente nel gran finale, ma ricorre per tutto l'intero film. I corridoi dell'Overlook Hotel hanno una struttura labirintica quasi asfissiante, dove la carta da parati e la moquette - tutte uguali e con una struttura geometrica ridondante - contribuiscono ad amplificare il senso di disorientamento dello spettatore; anche quando il regista di 2001 ci fa salire a bordo del triciclo del piccolo Danny Torrance, fino a raggiungere la stanza 237, in un loop senza fine, lo spettatore viene sopraffatto da un profondo senso di smarrimento, dove la ripetizione quasi infinita dei corridoi conduce il pubblico, ma anche gli stessi protagonisti, a perdere il contatto con la realtà. Quanto sta accadendo all'Overlook Hotel è reale o solo frutto dell'immaginazione dei suoi personaggi?

Layers of Fear

In un modo non dissimile da quanto compiuto da Kubrick oltre 30 anni fa, il genere horror videoludico sta intraprendendo una direzione analoga, almeno per quanto riguarda il modo di raccontare e strutturare le storie. Se un tempo l'orrore veniva offerto al giocatore attraverso l'uso e abuso di zombie, non-morti e creature pronte a farci la pelle con una velocità e una freddezza disarmante, il nuovo horror contemporaneo sembra trovarsi più a suo agio creando nello spettatore un senso di smarrimento, disorientandolo, calandolo all'interno di loop infiniti che generano in chi li esplora grande, grandissima confusione. La paura non è più generata da creature spaventose che abitano determinati luoghi, ma dai luoghi stessi (solitamente case, non a caso, dalla struttura labirintica e stratificata), che mutano la loro forma e il loro aspetto ad ogni loop a cui veniamo sottoposti.

Tra i primi esempi di giochi che hanno mosso i primi passi in questa direzione, vi è certamente la demo tecnica del compianto Silent Hills, P.T., dove buona parte dell'orrore scaturiva proprio dal percorrere un corridoio a forma di "L" in quello che sembrava un loop infinito, oltre ad un interessante lavoro sul sound design che amplificava il senso di paura nel giocatore. Poi c'è stato The Park di Funcom, sono attualmente in lavorazione Allison Road di Lilith e Visage di SadSquare Studio, e non ultimo Layers of Fear, il nuovo lavoro dello studio indie Bloober Team, che debutta quest'oggi su PS4, Xbox One e PC.

Titolo story-driven e interamente in prima persona, Layers of Fear ha ulteriori punti di contatto con l'opera kubrickiana che ci ha accompagnato sin dalle prime battute di questa recensione. Proprio come lo scrittore (fallito) Jack Torrance, anche il protagonista del titolo di Bloober Team è un artista ossessionato dalla realizzazione dell'opera perfetta, quella che gli permetterà di farsi un nome ed entrare nel firmamento dei pittori importanti. Un tormento insopportabile che ben presto sfocia in follia, arrivando a minare anche il rapporto con la famiglia e lasciando al giocatore l'arduo e lugubre compito di scoprire a ritroso le varie tappe che hanno condotto l'uomo in questo baratro senza ritorno.

Layers of FearLayers of Fear

Le meccaniche di gameplay - che faranno storcere il naso ai detrattori dei cosiddetti "walking simulator" - si riducono a poche semplicissime azioni, come aprire e chiudere cassetti e armadi, scovare oggetti, risolvere puzzle molto semplici (un paio sono però vere e proprie chicche, ma non vi spoilereremo nulla a riguardo, tranquilli) e raccogliere oggetti e collezionabili. In particolare, questi ultimi rappresentano un motivo che spingeranno il giocatore ad un secondo walktrough, in quanto finalmente libero dalla bramosia di scoprire i risvolti narrativi del gioco.

Accanto alle numerose sezioni scriptate che troveremo all'interno di ogni capitolo - una delle debolezze più significative che abbiamo rintracciato all'interno del gioco - un aspetto che attenua, tuttavia, il senso di terrore all'interno di Layers of Fear è l'impossibilità del protagonista di morire. Se uno dei capisaldi del genere horror è fondato proprio dal timore del giocatore di imbattersi in qualche creatura che lo condurrà alla morte o creerà intoppi nel suo cammino, nel nuovo titolo di Bloober Team questo aspetto manca completamente, rendendoci sempre più spettatori interattivi dell'esperienza e non veri e propri giocatori. Un nuovo difficile tassello da aggiungere all'attuale tendenza videoludica, che sempre più ci vede parte passiva degli eventi piuttosto che parte attiva dell'esperienza.

Layers of FearLayers of Fear

Detto questo, l'atmosfera surreale che si respira sin dai primi attimi di Layers of Fear è assolutamente soddisfacente per gli amanti del genere. Muovendoci nei panni del protagonista, reso ancora più inquietante dal suo claudicare - un aspetto che lo obbliga a percorrere con maggiore cautela i corridoi e le stanze della vecchia villa (che rappresenta l'unica location del gioco), che cambiano continuamente forma e aspetto - percorriamo questo edificio stratificato, caratterizzato da un art design davvero affascinante. Ad amplificare ulteriormente la sensazione di straniamento e di discesa verso la pazzia del personaggio, vi è un ottimo lavoro compiuto dallo studio sul sound design, che gioca sicuramente un ruolo molto importante in esperienze di questo tipo. A tal proposito, consigliamo di giocare a Layers of Fear con un buon paio di cuffie, per non perdersi neanche un sussulto e un indizio sonoro, che giocheranno sicuramente da valore aggiunto all'esperienza nel suo complesso.

Tecnicamente parlando, abbiamo giocato alla versione PlayStation 4 e possiamo dirci abbastanza soddisfatti. Sebbene caratterizzato da alcuni caricamenti lenti - in particolare nella transizione da un capitolo all'altro - nel suo complesso Layers of Fear si rivela tecnicamente valido, e sono davvero rari i momenti in cui abbiamo assistito a cali di frame-rate o fenomeni di tearing davvero importanti o che hanno compromesso la nostra sessione di gioco.

Narrativamente interessante e molto curato da un punto di vista artistico, Layers of Fear si rivela un'opera godibile, divertente e nel complesso ben riuscita. Sebbene manchi una componente ludica in senso stretto - un aspetto che tuttavia caratterizza il settore contemporaneo in larga parte - il nuovo lavoro di Bloober Team è un prodotto ben confezionato, assolutamente in linea con la tendenza intrapresa dal nuovo horror videoludico, e che regala affascinanti atmosfere al cardiopalma grazie ad un protagonista al limite dalla follia e a situazioni completamente spiazzanti.

Layers of Fear
08 Gamereactor Italia
8 / 10
+
Concept affascinante; Narrativamente molto valido; Ottimo comparto artistico; Buon lavoro sul sound design; Colonna sonora emozionante.
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Eccessivamente sciptato e lineare: Gameplay ridotto al minimo.
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