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No, i videogiochi non sono uno sport

Dal CIO non è giunto alcun riconoscimento. Eppure, i giocatori esultano e i tradizionalisti si indignano.

I videogiochi sono uno sport, tuonano le testate giornalistiche italiane. Persino l'ANSA, la principale agenzia, ha riportato la notizia del riconoscimento dei video game quale attività sportiva da parte del CIO, il Comitato Olimpico Internazionale. I dibattiti non sono mancati, con il pubblico sostanzialmente diviso tra i vecchi (e giovani) tromboni che vomitano la loro indignazione nei commenti sgrammaticati all'articolo pubblicato da un quotidiano nazionale, fino ad alcuni videogiocatori che esultano senza alcun apparente motivo, riducendo i loro commenti a un becero "i videogiochi sono uno sport, figata".

Così, dopo averne lette di cotte e di crude, abbiamo fatto una cosa sfortunatamente sempre più rara: siamo andati a cercare la fonte. E abbiamo scoperto che quanto si è scritto nei titoli dei quotidiani e in numerosi post su Facebook non corrisponde a verità. In due parole: no, i videogiochi non sono uno sport riconosciuto dal CIO. Non ancora, perlomeno.

Cosa è accaduto, dunque? Semplicemente, il Comitato ha apertamente parlato di videogiochi o, più correttamente, di eSports. Il CIO, infatti, non ha mai pronunciato la parola "videogiochi" nella sua dichiarazione, utilizzando sempre il termine eSports o, più precisamente, "competitive eSports".

Piccolo paragrafo per i vecchi tromboni indignati che casualmente passano su questo sito: se è vero che tutti gli eSports sono videogiochi, non è assolutamente vero che tutti i videogiochi sono eSports. Anzi, una grande fetta dei videogiochi in commercio non ha velleità competitive, e tra quelli competitivi solo una piccolissima percentuale può definirsi eSports. Un videogioco, per essere considerato eSport, deve anzitutto mettere l'abilità del giocatore al primo posto rispetto a tutte le altre variabili in gioco. Questo significa creare dei giochi ben bilanciati, in cui le variabili ambientali nel lungo periodo non sono determinanti sull'esito della partita. In due parole: vince chi è più bravo, non chi ha scelto il personaggio più forte o chi ha avuto più fortuna. Talvolta i videogiochi diventano eSports in seguito ad alcune modifiche: è il caso, ad esempio, dei giochi di lotta dove alcuni personaggi presenti nel video game vengono banditi dalle competizioni sportive perché troppo forti o in possesso di una qualche mossa ritenuta scorretta. In altri casi vengono modificate le regole: un videogioco automobilistico, ad esempio, per diventare eSports può vincolare all'uso di veicoli con la stessa potenza, obbligando i giocatori a mettere in campo tutte le loro abilità nella preparazione dell'auto e nella guida. Insomma: un videogioco per essere eSport deve rispettare alcuni parametri assenti nella gran parte dei videogiochi. E, in molti casi, assenti anche negli sport tradizionali.

Ricordiamo, infatti, che il CIO riconosce come sport il pentathlon moderno, che alle Olimpiadi prevede il sorteggio di un cavallo nella prova di equitazione. L'aleatorietà di questa procedura ha portato a dei clamorosi episodi in cui l'assegnazione delle medaglie è stato viziato dalla presenza di un cavallo sorteggiato più o meno bravo. Il caso più eclatante, ad esempio, avvenne alle Olimpadi del 1952 quando a Lars Hall fu assegnato un cavallo rivelatosi zoppo, che venne sostituito con uno dei migliori cavalli finlandesi che gli permise di vincere l'oro.

Viceversa, il CIO non riconosce come sport attività molto popolari come le arti marziali miste, e non ha mai incluso nel programma olimpico sport del calibro del cricket (seguito da 180 milioni di persone nel mondo) o il bowling, mentre ha assegnato medaglie per il tiro alla fune e il dressage equestre. Evidentemente, il voto - o veto - del CIO non è un bollino per riconoscere - o disconoscere - una disciplina quale attività sportiva; è altresì vero che il riconoscimento da parte del Comitato è importante, poiché apre la strada a un'eventuale inclusione della disciplina nel programma olimpico e ne assegna un certo prestigio.

Fatta questa premessa, torniamo al CIO e alla dichiarazione. Il Comitato si è riunito a Losanna lo scorso sabato per discutere dei Giochi di Parigi del 2022 e, in una nota ufficiale, ha affermato che "gli eSports competitivi potrebbero (could) essere considerati un'attività sportiva, e i giocatori coinvolti si preparano e si allenano con un'intensità che potrebbe (may) essere comparata a quella degli atleti negli sport tradizionali". La formula fa dunque uso di ben due condizionali, che ridimensionano molto i titoli pubblicati da quotidiani e siti specializzati. Se ciò non bastasse, a questo si aggiunge che "al fine di essere riconosciuti dal CIO come sport, i contenuti degli eSports non devono infrangere i valori Olimpici".

Sintetizzando: no, da parte del CIO non è giunto nessun riconoscimento dei videogiochi come sport. Il CIO ha mostrato un'apertura nei confronti degli eSports, che saranno tenuti in considerazione e valutati per un'eventuale inclusione futura nella lista delle discipline sportive, che rappresenterebbe il primo passo verso la presenza ai Giochi Olimpici. Ma, al momento, nessun comitato ha posto il bollino di sport sul mondo dei video games. I vecchi tromboni possono dormire sonni sereni e stare tranquilli che nessuno, per il momento, sostituirà la nobile arte olimpica di fare camminare un cavallo di traverso con una partita a Overwatch.