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La necessità del cambiamento: perché il caso Activision-Blizzard è solo parte del problema nel mondo del gaming

Una riflessione in senso lato sui possibili modi in cui l'intera industria può combattere la tossicità dall'interno.

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Battute goliardiche, maltrattamenti, abusi, violenza. Se è vero che l'industria videoludica si muove alla velocità della luce quando si tratta di nuove tecnologie, al tempo stesso resta ancorata a tante, troppe, logiche primitive per ciò che concerne temi importanti come l'inclusività e, più in generale, il rispetto reciproco. L'episodio di Activision Blizzard - esploso come una bomba al napalm lo scorso weekend - è solo l'ultimo, ennesimo caso isolato di un settore che ancora fatica a trovare un proprio equilibrio quando si tratta di parità di genere. Dipendenti, lavoratrici, donne: la loro presenza all'interno di questo mondo, troppo spesso ancora sotto l'egida del maschio bianco macho ed eterosessuale - proprio come i tanti modelli aspirazionali a cui, troppo a lungo, ci ha abituato questo stesso medium - è ancora una volta vista come un fastidio, un prurito insopportabile. Parole di troppo, battute non richieste, ostacoli alla carriera perché tu, in quanto donna, sei e resti inferiore. E se vuoi restare a lavorare in questo mondo, devi accettare queste condizioni «contrattuali», zitta e buona, perché altrimenti «la porta è lì».

Finalmente qualcuna alza la voce, stufa e stanca di scendere a compromessi che ledono la propria dignità, scoperchiando un vaso di Pandora di cui tutti sanno, ma di cui nessuno ha il coraggio di parlare. Perché, si sa, è sempre meglio restare dalla parte del branco in queste situazioni, perché magari «il prossimo bersaglio potrei essere io». Vera e propria omertà, dettata dalla legge del più forte, in cui per anni, decenni, si è preferito il silenzio alle accuse, perché alla fine «non è qualcosa che mi riguarda». Activision Blizzard è solo l'ultima di una lista sconfinata di tante altre aziende - tra cui Riot Games e Ubisoft - che foraggiano un atteggiamento ripugnante nei confronti delle proprie dipendenti, arrivando persino a dubitare dell'autenticità delle loro accuse.

In concomitanza con la chiusura delle indagini da parte del Department of Fair Employment and Housing della California, condotte per ben due anni, arriva una mail interna della Executive Vice President (nonché sponsor esecutivo dell'ABK Employee Women's Network - c'è del tragicomico in tutto questo, non è vero?) Frances Townsend che suggella questa tendenza nauseabonda e che rinnega ogni accusa; e, cito, la stessa dice: «la causa legale presentata di recente offre una visione distorta e falsa della nostra compagnia, a partire da storie non veritiere, vecchie, e prese fuori dal loro contesto - alcune delle quali risalenti ad oltre un decennio fa». Attenzione a «prese fuori dal loro contesto», un modus operandi molto frequente - in questa industria, e non solo - con l'intento di minimizzare la gravità di certe accuse, la classica «ragazzata» o «goliardata» che troppo spesso risuona tra i commenti social per sminuire e far passare per esagerazione atti di violenza (verbale, fisica e psicologica) che lo sono a tutti gli effetti. Perché, cari miei, sì: lo sono eccome.

La necessità del cambiamento: perché il caso Activision-Blizzard è solo parte del problema nel mondo del gaming

E se nel frattempo oltre 1000 dipendenti di Activision-Blizzard hanno firmato una open letter che condanna la non-presa di posizione della compagnia nei confronti di quanto accaduto, scegliendo apertamente di mettere in dubbio la veridicità dei fatti, una frangia di siti e canali Youtube/Twitch legati al mondo del gaming hanno deciso di non dare più copertura ai videogiochi della compagnia fino a quando non vi sarà un cambiamento da parte della stessa. Ma è davvero questa la risposta che il nostro settore - e parlo di quello del giornalismo e dell'entertainment specializzato - deve dare nei confronti di questa vicenda (e di tante altre)? Ricattare un'azienda di non dare più visibilità ai loro prodotti è davvero la scelta giusta?

Sarò molto laconica e concisa nella mia risposta: no. Non credo affatto che non dare copertura ai giochi di quella compagnia sia una forma di protesta efficace. Senza mezzi termini, la trovo un'operazione molto paracula, fatta quasi esclusivamente per inseguire un trend o il SEO, ma non perché ci sia una reale percezione del problema. Il vero atto di ribellione - se così vogliamo chiamarlo - da parte di riviste di settore e content creator sarebbe quello di iniziare a prendere una posizione dura e critica nei confronti di quella parte tossica della community che stanno oramai coltivando e pascendo da anni, figlia di quella stessa cultura del disprezzo che sta fagocitando sempre più il nostro settore dall'interno. L'omertà interna alle aziende, di cui si parlava poco fa, è la stessa che si respira in molte testate di stampa specializzata di tutto il mondo, in cui anziché prendere una posizione netta e forte nei confronti di certe dichiarazioni aberranti, si preferisce il silenzio. Trovo scandaloso, oltre che nauseante, che continui ad imperversare questa forma di accettazione del più forte e di chi alza la voce, il proliferare di una visione del mondo sbagliata che nel web vede, purtroppo, il suo terreno più fertile.

E qui non c'è alcuna intenzione di accusare la community videoludica in senso lato, tutt'altro. Trovo la pratica del «tutta un'erba un fascio» stupida e offensiva, ma fare finta o ignorare certi atteggiamenti è oramai parte di un problema che ci sta sempre più sfuggendo di mano. Il non vedere o più semplicemente ridurre la questione ad un semplice atto puerile non può essere più la risposta giusta. Il cambiamento deve arrivare dall'interno, affinché certe pratiche non siano più la norma, ma anzi, vengano ostracizzate. E non parlo solo di attacchi alle donne che lavorano in questa industria, da dentro o da fuori: il discorso va esteso in generale a chiunque. Se permetti al tuo pubblico di esprimersi senza freni, sovvertendo le regole basiche del vivere civile, sei complice silenzioso di questa piaga mortale.

Se il riprovevole caso di Activision-Blizzard fa urlare allo scandalo e alla vergogna, proprio perché va a colpire il settore dall'interno, allo stesso modo dobbiamo scandalizzarci di ciò che avviene tutti i giorni nel nostro piccolo orticello. Provare per primi a cambiare l'approccio, anche nel modo in cui confezioniamo i nostri pezzi - seppur a discapito di qualche visita - potrebbe essere un primo passo verso un mondo più inclusivo. Il cambiamento deve partire da più ambiti, altrimenti il rischio è l'immobilità e il conseguente collasso dell'intera struttura. Quindi, anziché limitarsi a «pulirsi la coscienza» a non dare copertura ai giochi Blizzard perché «brutta e cattiva», iniziamo a smuovere le acque dall'interno, andando a contrastare la tossicità già presente a pacchi nelle nostre bolle. Perché, e lo ripeto, nonostante molti non vogliano vedere - perché fa comodo così - o mettere sullo stesso piano le stesse cose, stiamo parlando dello stesso identico problema, ma visto da angolazioni diverse.

La necessità del cambiamento: perché il caso Activision-Blizzard è solo parte del problema nel mondo del gaming
E-mail interna di Fran Townsend, condivisa da Jason Schreier


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