L'aria s'incendiò, e poi silenzio. Chi non ricorda Ken Shiro? Quante serate trascorse a guardare le tv locali per intercettare questo splendido anime, quel genere di cartoon che un bambino di otto o nove anni doveva vedere di nascosto, perché molto spesso la violenza superava anche la soglia di tolleranza delle mamme meno apprensive. Ken Shiro ha segnato una generazione, ci ha insegnato a dire "watatatata" per cinque minuti senza prendere fiato e ci ha costretto a contare i nostri nei sul petto nella speranza di trovarci le sette stelle.
Ci sono i manga, un lungometraggio e persino una parodia fatta dai Gem Boy. Una sola cosa mancava a questo splendido franchise: un videogioco degno di tale nome. In effetti gli altri titoli di Fist of the North Star in Europa non hanno proprio spopolato, e il mio ultimo incontro con Ken sottoforma di macchina ludica risale a un mio rendez-vous in una sala pachinko di Tokyo, dove ho perso 1000 yen in cinque minuti facendo sputare palline proprio all'erede della sacra scuola di Hokuto.
Accendere la propria console e ritrovare Ken è stata un'emozione. Una di quelle sensazioni che ti portano a provare una profonda empatia e ti costringono ad immedesimarti, sussurrando "sei già morto" dopo un combattimento andato a buon fine. In effetti Fist of the North Star: Ken's Rage è proprio questo: una trasposizione videoludica del manga originale, mescolata a una inevitabile operazione nostalgia che fa il suo sporco lavoro per farci amare quello che stiamo vedendo e facendo.
Nel gioco, dunque, si seguono le vicende dell'opera in modo piuttosto fedele, salvo per alcuni livelli "fantastici" inclusi in una seconda parte del gioco, dove si cerca di ipotizzare sul futuro della serie e/o su alcune possibili vicende parallele. Tutto, naturalmente, è stato sviluppato sotto la guida di Tetsuo Hara, disegnatore del manga che ha supervisionato il lavoro svolto da Koei.

Dunque abbiamo a disposizione elementi originali ed elementi mutuati dalla serie, una scelta ponderata che ci porta sullo schermo un po' di aria fresca senza stravolgere l'originale. Tutto questo, però, viene coniugato alle meccaniche di gioco di Dynsaty Warriors, altro grande titolo Koei. Dunque, si tratta di un gioco in cui i livelli avanzano a piccoli tasselli: un'area da ripulire da tutti i nemici, un piccolo tratto esplorativo e poi ancora altri nemici da massacrare. Il sistema, in sé è tanto semplice quanto solido, sebbene questo genere di meccaniche risultino piuttosto datate. Dynasty Warriors 2 risale al 2000, e sostanzialmente lo stile di combattimento non è cambiato: un hack and slash nudo e crudo, se non fosse che Ken lavora a mani nude, sconfiggendo nemici con le tecniche della sacra scuola e non mancando di finirli con il suo marchio di fabbrica: colpo esplosivo ed ettolitri di sangue.
Le novità nel gameplay riguardano principalmente l'introduzione di alcuni elementi RPG che consentono di sbloccare nuove mosse lungo il prosieguo della vicenda. Una scelta che pone varietà a un gameplay altrimenti ripetitivo, ma che scarsamente si coniuga con le finalità di racconto. Ken ce lo ricordiamo come un osso duro fin dal primo giorno, e il fatto di partire con un numero limitato di mosse non è certo realistico, ammesso e concesso che di realismo si possa parlare. Ciononostante il sistema funziona, e la voglia di proseguire per provare sul malcapitato di turno qualche mossa esageratamente violenta è davvero tanta. La longevità, potremmo dire, è prolungata anche dalla possibilità di sperimentare nuove mosse. E la voglia di sperimentarle è correlata al grottesco delle mosse stesse.

Infine è possibile afferrare i propri nemici, utilizzarli come scudo umano, divertirsi alle loro spalle riempiendogli di violentissimi pugni e infine scaraventarli in mezzo a un folto gruppo di nemici, facendoli rovinosamente cadere a terra. Anche in questo caso il sistema pone un po' di varietà a un sistema che, altrimenti, ci porterebbe naturalmente a premere in continuazione il pulsante di azione per abbattere i nemici. Nelle fasi più complicate, inoltre, le prese si fanno molto importanti proprio per la capacità di allontanare qualche nemico, sebbene risultino meno efficaci dei salti, provvidenziali quando circondati.
Il massacro di un certo numero di nemici carica la barra dell'aura, che consente l'uso di una mossa speciale. In questi momenti il gioco mostra i veri muscoli, regalandoci brevi sequenze precalcolate in cui Kenshiro mette in mostrai colpi più straordinari di Hokuto. Questi sono i momenti in cui i fan della serie schizzano in piedi sul divano e si esaltano. Perlomeno con me è successo esattamente così, tant'è che la vibrazione del mio pad sembrava la sensazione della carne sotto le mie nocche. Niente male per chi da anni sostiene l'inesistenza di un rapporto causale tra il videogioco e la violenza...
Dunque, a conti fatti abbiamo fra le mani un purrisimo hack and slash, con qualche piccolo ma significativo elemento originale che svecchia il genere quel tantino che basta per non renderlo tedioso. C'è un però. Se, come detto, il gameplay cerca in tutti i modi di allontanare la noia, la grafica, il sonoro e il level design agiscono in senso contrario.

Dal punto di vista grafico gli sviluppatori hanno fatto un grande lavoro per rendere il gioco più appetibile all'occhio occidentale. Per farla breve, il gioco europeo rispetto al gioco giapponese mostra più sangue e più spappolamenti. Farò una breve (e fasulla) lezione di filosofie comparate: noi occidentali guadavamo Ken Shiro e ci esaltavamo nel vedere i corpi che esplodono. I giapponesi, invece, si esaltano nel vedere che una persona prossima alla morte diviene consapevole della cosa. Dunque, se per noi è orgasmatico vedere un gigante di mezza tonnellata che scoppia, per i giapponesi è esaltante vedere un gigante che - dopo essere stato avvisato - trascorre i suoi ultimi cinque secondi di vita con gli occhi pieni di disperazione. Fico.
Eppure, come dicevo, la grafica non aiuta. Gli ambienti sono estremamente ripetitivi, una caratteristica comune a tutti gli scenari post-apocalittici ma, diavolo, vedetevi cosa ha fatto Bethesda in Fallout 3 e fatevi un'idea. Inoltre i modelli dei nemici si possono contare su di una mano. Capita spesso di avere a che fare con un esercito di cloni anziché con una truppa di nemici diversi, una caratteristica che ripaga il framerate, ma che imprime al titolo un senso di vecchiume davvero fastidioso.
Inoltre, una breve nota tecnica: abbiamo avuto la possibilità di provare sia la versione Xbox 360 che la versione Playstation 3, e questa volta sembra proprio che la versione Playstation sia migliore da un punto di vista visivo e di frame rate. Potrebbe essere solo un'impressione, tuttavia da molti colleghi ci è stata confermata la medesima sensazione.

Il sonoro, infine, è lancinante. Doppiaggio a parte (a proposito, è caldamente consigliato settare le voci su "Giapponese" dato che il doppiaggio italiano non è disponibile e il doppiaggio inglese... beh è peggiore del doppiaggio italiano) effetti sonori e musica non brillano. La musica, in particolare, si costituisce spesso dal medesimo loop di un tema rock. La cosa provoca allucinazioni nel giro di cinque minuti, garantito.
Fist of the North Star: Ken's Rage è un titolo per molti versi semplice. La giocabilità si basa su di un modello collaudatissimo, e le novità presenti non osano mai. La storia ci regala momenti di nostalgia in grado di provocare i lacrimoni e ci permette di vedere altri scorci di una serie indimenticabile, partendo sempre da una base solidissima. Il reparto tecnico è invece costituito da alti e bassi, sufficiente per ricreare l'atmosfera dell'anime ma certamente non brillante. Ne risulta un gioco piacevole, ma non in grado di diventare un titolo indimenticabile. In ogni caso va apprezzato lo sforzo operato per portare anche in Italia quello che, certamente, è il miglior gioco di Hokuto no Ken da molti anni a questa parte. Imperdibile per i fan della serie.
Voti aggiuntivi
- Grafica
- 6 / 10
- Sonoro
- 6 / 10
- Giocabilità
- 7 / 10
- Longevità
- 8 / 10