Videogioco e cinema, cinema e videogioco: un eterno idillio, in bilico tra odio e amore, che si consuma oramai da qualche anno, senza una tregua effettiva da entrambe le parti. Ci si è inizialmente amati, ispirandosi a vicenda in un rapporto quasi sinergico e dando vita - almeno a livello videoludico - a prodotti particolarmente interessanti, che dimostrano l'effettivo potenziale del medium in sè e per sè. Poi è sopraggiunto l'odio, o forse il timore da parte della settima arte (in particolare, quella documentaria) che il nuovo medium potesse in qualche modo prendere il sopravvento come forma d'intrattenimento culturale definitiva. Ed è così che, di lì a poco, hanno iniziato a fioccare documentari, inchieste e altre forme di video-arte che hanno tentato di affondare il videogioco in quanto prodotto "nocivo" al pubblico e detestabilmente misogino (come dimostrato da pellicole quali GTFO della film-maker Shannon Sun-Higginson, ma anche dalla serie di documentari "Tropes vs Women in Video Games" della regista Anita Sarkeesian).
Da grande amante del cinema, ma al contempo grande appassionata di videogiochi, non perdo occasione di documentarmi su questo tormentato rapporto mediale, setacciando ogni angolo del web alla ricerca di prodotti cinematografici che raccontino di videogiochi (nel bene o nel male) o informarmi su nuovi prodotti videoludici che vogliono trarre ispirazione dal cinema (anche qui, nel bene e nel male). Nel mio perenne peregrinare, mi sono imbattuta in una notizia relativa ad un ennesimo film documentario sul videogioco, volto a raccontarne i suoi lati oscuri, presentato nel corso del Sundance Film Festival - celebre manifestazione cinematografica dedicata alle produzioni indipendenti - in corso in questi giorni. Si tratta di Love Child, film diretto dalla regista Valerie Veatch, che esplora gli effetti negativi derivanti dall'avvento delle infrastrutture di internet veloce in Sud Corea (tra questi, la dipendenza dal gioco online), attraverso la storia di una giovane coppia che, totalmente rapita da un MMO dal titolo Prius Online, ha lasciato morire di fame la figlioletta di tre mesi. La notizia venne riportata dai media americani solo nel 2010 e la coppia, accusata di omicidio, ha tuttavia ricevuto una pena ridotta in quanto il tribunale ha riconosciuto la loro dipendenza dal gioco online come disturbo mentale.
A quanto si evince dalla sinossi e dalla presentazione del film (ma anche dal trailer, che vi recuperiamo direttamente da Youtube), la regista affronta l'argomento consultandosi con esperti, avvocati e gli stessi protagonisti della tragica vicenda, imputando buona fetta della colpa ad una tecnologia invadente e fuori controllo, di cui la nostra società è pervasa. In realtà, non vi è nessuna reale condanna nei confronti dei genitori, in quanto riconosciuti come succubi delle nuove tecnologie, "mostri" contemporanei che non permettono all'uomo di scindere la differenza tra realtà e finzione. Un anatema interessante, quello della Veatch, che - seppur la prenda alla larga, partendo da internet - non rinuncia alla tentazione di inveire contro il medium videoludico, in quanto prodotto che ottenebra le menti e che impedisce ai giocatori di mantenere il controllo sulla realtà.
Nulla di nuovo sul fronte occidentale, mi concedo una citazione letteraria. E permettetemi di aggiungere anche un laconico "Ma basta". Non metto in dubbio le buone intenzioni con cui è stato confezionato il prodotto, ma trovo alquanto ridondante e superflua una polemica che fonda le sue basi ideologiche su un'idea antiquata e anacronistica come quella della "tecnologia=male". Se è vero che ci sono soggetti incapaci di stabilire una disconnessione dai mondi fittizzi costruiti online o in un videogioco, non è tuttavia responsabile imputare la colpa alle nuove tecnologie. Un aspetto che mi fa amaramente sorridere, quando tanti media perbenisiti tentano di attribuire alla tecnologia la responsabilità dei mali che attanagliano la società, in particolare ai videogiochi. Non vi è massacro in un liceo o in un qualsiasi istituto del mondo che non sia accompagnato da riflessioni derivanti dalla violenza di cui cui sono connatati i videogiochi contemporanei, gli unici grandi responsabili dietro a questi episodi di rara brutalità. Ed ecco che si parte con i vari Grand Theft Auto - diseducativi! - Call of Duty e Battlefield (ai miei tempi, c'era anche la carta Carmageddon), i veri responsabili dei mali dell'umanità.

Alla luce di quanto è emerso, ho una domanda in canna, che forse sovverte ciò di cui giornalmente si parla: siamo davvero una società pronta ad accogliere le nuove tecnologie? E se il problema, a questo punto, fossimo noi, incapaci di stare al passo con esse? E' una pura provocazione, non c'è dubbio, ma ciò che mi domando - anche alla luce della mia esperienza accademica, come dottoranda di ricerca in Nuove Tecnologie - è se siamo davvero all'altezza di un mondo futuristico e all'avanguardia. L'impressione è quella di viaggiare a due diverse velocità, quella della realtà e quella della possibilità, dove la realtà mostra il suo volto limitato e imbrigliato da una cultura mediale (ahimè) conservatrice di cui ci facciamo portavoce.
La riflessione che emerge da Love Child - ma anche da tante pellicole che si sono focalizzate sulle nuove tecnologie, in particolare sul mondo videoludico - è certamente desolante. Anzi, è desolante la rappresentazione che gli altri media offrono delle nuove tecnologie, incapaci di separare fenomeni isolati dalla pregnanza che determinati dispositivi e software hanno nella nostra società.
Riusciremo a non cadere più nella brutale trappola di "ogni erba un fascio"? Lo scopriremo, forse, prossimamente. Quando chi è chiamato a raccontare la nostra società, imparerà a non scivolare in facili qualunquismi, ma imparerà a guardare con obiettività il mondo che lo circonda. A partire da quello mediale.
